Dražen Petrović, il Pierrot Lunaire che divenne Mozart

Il Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg è un poeta virtuoso che esprime la nature triste e malinconica che lo contraddistingue ora dedicando versi alla luna, ora credendosi un assassino, sempre, senza mai risparmiare al proprio animo allucinato momenti di tormento o puro cinismo; finché, ormai stanco, torna alla sua patria invocando «l’antico profumo dei tempi delle fiabe». Una delle fiabe più belle della Croazia parla di un bambino nato per giocare a basket e che, divenuto uomo, si distinse non solo per l’estro senza pari, anche per i sentimenti che ne impregnavano il cuore, talmente estremi e maniacali da renderlo un mito vivente. Dražen Petrović, il Mozart del canestro. Stilisticamente perfetto, una visione di gioco sbalorditiva, un tiro da cecchino, una dolcezza nel controllo palla da giocoliere. Poi c’era tutto il resto, personalismi che non si insegnano, come l’uso del piede perno, la velocità di esecuzione, le improvvisazioni, tutta una serie di schemi non scritti che prendevano forma nella sua mente al punto da far sì che lui fosse la squadra e che la squadra divenisse lui.

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L’ingrediente segreto di Angelique Kerber

Chissà come l’avrà presa Slawomik Kerber quando, compiuti dodici anni, la figlia Angelique era indecisa se concentrarsi sul tennis o sul nuoto, sport quest’ultimo, nel quale dimostrava uno spiccato talento. Di certo il signor Kerber, ex tennista, che ha iniziato la figlia sui campi in terra rossa di un Circolo di Brema quando aveva solo tre anni, deve aver tirato un bel sospirone di sollievo quando Angie ha optato per le orme paterne. Non è da escludere che tra i motivi che spinsero Slawomik Kerber a emigrare dalla Polonia alla Germania, ci fosse in primo luogo quello di consentire alla sua erede di nascere in un Paese dove il tennis stava eguagliando in popolarità crauti e salsicce; di sicuro non gli era sfuggito che seppure Angelique Kerber non poteva essere considerata un purosangue della racchetta, celava in se’ quel fuoco capace di bruciare qualsiasi limite tecnico cucitole addosso da madre natura.

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Tom Simpson, nel nome del sacrificio estremo

La leggenda narra che da bambino Tom Simpson condividesse la stessa bicicletta con i fratelli e i cugini ma, a differenza loro, Tommy pareva essere nato per pedalare. Soprattutto, dentro di lui ardeva il sacro fuoco che caratterizza quegli esseri speciali, quelli destinati a compiere grandi imprese, quale che sia la disciplina che decidono di intraprendere. Tommy era competitivo per natura. Alcuni amici avrebbero raccontato che pure quando giocava a carte voleva vincere. In una Inghilterra all’epoca priva di ciclisti, in cui i ragazzini erano semmai propensi dedicarsi al calcio, quella sua abnegazione riversata sulla bicicletta, uno sport inderogabilmente legato al sudore e alla fatica, esprime più di mille parole il senso di sfida che albergava nella mente e nel cuore di Tom.

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Wimbledon, il cimitero dei campioni e altre leggende

Quattro porte ha Damasco 

Mistero Solitudine Disinganno Paura.

Non varcarle, o viandante, e mai cantando. 

Non conosci il silenzio di quei luoghi 

dove gli uccelli sono tutti morti

ma s’ode ancora un trillo?

James Elroy Flecker

Wimbledon. Semplice da pronunciare, ma non troppo, a pensarci bene. Wimble-den. La cadenza troppo british ti fa sorgere il dubbio se sia proprio quello il posto dove si disputa il torneo di tennis. Poi c’é dell’altro, molto altro. Perché ecco, a Melbourne Park ci si riflette quasi sul fiume Yarra e l’efficenza aussie si sposa a meraviglia con il distretto finanziario che si estende a pochi passi, in termini di yards s’intende, mentre nel quartiere d’Auteuil si respira Parigi tanto che basta arrampicarsi in cima alla terza categoria del Philippe Chatrier per distinguere la Torre Eiffel, non parliamo poi di Flushing Meadows, il parco di 500 ettari creato sulla valle di ceneri descritta da Francis Scott Fitzgerald in Il Grande Gatsby, dove nonostante tutto ti senti accartocciato nel ventre di New York. A Wimbledon invece… Non sei propriamente a Londra. Soprattutto nei giorni precedenti il torneo, prima che il delirio si impossessi degli appassionati del nobil gioco, gente pronta a tutto, come accettare la possibilità di essere sorteggiati di anno in anno in occasione della lotteria ufficiale per avere un biglietto tra le mani, colpo di fortuna che difficilmente si avvererà, quindi uomini e donne di ogni età, provvisti dell’indispensabile queue card, disposti a fissare per quattro, cinque ore, la nuca dell’individuo che lo precede pur di avere la meglio sulla mitologica queue, magari dopo aver campeggiato all’addiaccio.

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Johan Cruijff, il Dio del calcio vestito da profeta

I profeti sono figure ispirate da Dio che, parlando in suo nome, ne annunciano la volontà, talvolta predicendo il futuro. Spesso guardati con diffidenza, i profeti sanno leggere i segni dei tempi, riescono a valutarne i contesti senza secondi fini, finendo col proporre una visione del mondo tesa a sconvolgere schemi consolidati. Per questi sono avanti, perciò sono incompresi, isolati. Lo chiamarono il profeta, Johan Cruijff. Il volto scavato, severo, ascetico. Il fisico slanciato, asciutto, immacolato. Elegante nella postura, incontenibile nella progressione, Johan Cruijff non correva, danzava e in quei frangenti, dalla palla ai compagni, per arrivare agli avversari, tutto sembrava essere sotto il suo controllo, tutto pareva dipendere da lui, perché il piede era magico, magnetico e la visione di gioco lucida, imprevedibile, divinatoria.

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Jacques Anquetil, il sultano

Indisponente, altezzoso, egoista, totalmente mancante di una qualsiasi forma di empatia, costantemente concentrato sui propri obiettivi. Quando saliva in sella a una bicicletta però, diventava perfetto, persino troppo. Mai un errore, mai una sbavatura, mai un cedimento, mai un’emozione. Jacques Anquetil era un uomo programmato per vincere. Il mito dell’imbattibilità che accompagnava le sue prove a cronometro, la grazia, l’eleganza, la compostezza che lo contraddistinguevano, quel suo procedere solitario, indifferente, mai un’oscillazione delle spalle, mai uno sbandamento, quasi non avvertisse lo sforzo, spinsero il mondo a credere che avrebbe potuto pedalare con una coppa piena di champagne posata sulla schiena senza che una sola goccia si versasse durante la corsa. Questo, come fosse la cosa più naturale, più ordinaria, più semplice e priva di un significato proprio. Questo perché Jacques Anquetil non dava spettacolo. Jacques Anquetil scriveva la storia.

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Ayrton Senna, il messaggero tra cielo e terra

L’equinozio di primavera è legato ai miti della rinascita perché, laddove la notte dura quanto il giorno, vi si annuncia la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul male, della vita sulla morte. E così, in primavera, mentre la natura rifiorisce, l’essere umano si rigenera, trae energia dalla freschezza dell’aria, dallo sboccare dei fiori, dai colori che lo avvolgono, per guidarlo lungo un nuovo percorso, verso nuovi orizzonti, affinché lasci un segno nel mondo. Forse non è un caso che il poema di Ayrton Senna abbia visto la luce insieme alla primavera del 1960 proprio in Brasile, un paese dove, a partire dalla bandiera enfatizza le ricchezze naturali che lo contraddistinguono: l’esuberante foresta Amazzonica nel verde, le riserve d’oro nel giallo al tempo stesso simbolo del sole che ne sovrasta le terre, e un cerchio blu costellato di 27 stelle, come a sancire un patto tra cielo e terra.

Dovrà pur avere un qualche significato, tutto ciò, perché di quel paese Ayrton Senna ne è diventato il figlio prediletto, un messaggero di luce, un eroe. Quasi fosse stato tutto pianificato nei minimi dettagli, sin da bambino. Una vita nel nome del successo, della vittoria. Il talento incommensurabile, la meticolosità nella preparazione, l’ostinato perfezionismo nella messa a punto, la spietatezza di alcune manovre, la costante, maniacale ricerca della prestazione estrema nel disperato tentativo di farla combaciare velocità e freddezza, tangibilità e utopia, ambizione e fede.

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Jim Clark, l’uomo che sconfisse il tempo

«Guidare bene e il più veloce possibile. Il mio obiettivo si riduce a questo, niente di più e niente di meno». Istinto, talento, velocità, classe, una precisione ed una versatilità alla guida che gli permetteva di spingere fino al limite auto differenti tra loro, spesso ostiche per via delle innovazioni che le contraddistingueva ma, dentro al cui abitacolo, egli pareva modellarsi a loro immagine e somiglianza, plasmandosi al punto da cancellare qualsiasi ostilità per ottenere il meglio a cui, divenuti una cosa sola, pilota e vettura potessero ambire. Jim Clark era questo e forse qualcosa di più ancora. Jim Clark era la Lotus, era la creatura prediletta di Colin Chapman, era il simbolo di un’epoca in cui le auto arrivarono ad essere definite bare volanti e di cui ne divenne martire ed eroe privo di tattica, dove la riflessione, il calcolo non risiedeva nella mente bensì nel piede costantemente premuto sull’acceleratore, affinché il margine di vantaggio sugli inseguitori divenisse sempre più abissale; per poter respirare la solitudine dei numeri primi, nella disperata impresa di battere tutto e tutti, persino il tempo.

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Svetlana Khorkina, la diva immortale

Le stelle sono dentro di noi. L’azoto del DNA, le sostanze veicolate dal sangue, quella “polvere” che innesta il processo «quia pulvis es, et in pulverem reverteris», proviene da lontano, da molto lontano; ha attraversato il vuoto che separa le galassie, ha percorso centinaia di migliaia di anni luce per infine riunirsi, compressa dalla sua stessa gravità. Forse per questo in alcuni individui sboccia qualcosa di speciale, di alieno. Sarà per via di quella polvere che le stelle a volte splendono pure sulla terra, luminose e scultoree seppur incapaci di integrarsi fino in fondo, di sanare quell’inconciliabile spazio che a volte abbaglia, infastidisce quasi, finché destinate a cadere lasciano una scia di inconsolabile nostalgia. Svetlana Khorkina andò oltre. Le gambe interminabili ne fecero la ginnastica capace di sconvolgere ogni principio gravitazionale su cui si reggeva la disciplina, la personalità intangibile diede forma alla diva capace di catalizzare su di sé l’attenzione, sempre e comunque, nel bene e nel male. Dalla presunzione più sfacciata alle lacrime, dalla perfezione inverosimile alle cadute rovinose, tutto in Svetlana Khorkina era dramma. Un podio senza di lei era un frangente insulso. Perché Svetlana vinceva anche quando perdeva. Perché lei divenne la ginnastica artistica. E alla ginnastica artistica non rimase che rispecchiarsi in lei.

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I dominatori del ghiaccio

Lo sport invernale più popolare del mondo, l’hockey su ghiaccio, vede da sempre i russi recitare il ruolo di dominatori europei, contendendosi con i canadesi l’egemonia internazionale. URSS. CSI. Federazione Russia. Tre nomi per definire lo stesso popolo, unito da un identico comune denominatore: la vittoria. Se l’URSS si è appesa al collo 7 ori olimpici, record che condivide con il Canada, su 9 edizioni disputate ed ha conquistato 19 mondiali su 30 eventi a cui ha preso parte; dall’aprile del 1992, la Russia, anno in cui ha rimpiazzato la rappresentativa della C.S.I che vinse l’oro Olimpico ai Giochi del 1992, ha finora vinto 3 Campionati Mondiali in diciassette anni di storia. Grandi nazionali sostenute da grandissimi nomi. Tre di loro possono essere considerati tra i più grandi sempre: Valerij Charlamov, Vjaceslav Fetisov e Vladislav Tretiak.

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