Helen Wills Moody, Little Miss Poker Face

Se il tennis ha avuto la sua Greta Garbo, altri non potrebbe essere stata che Helen Wills Moody. Californiana di Centerville, dove è nata il 6 ottobre del 1905 – stesso millesimo dell’attrice svedese – Helen incarnava il glamour delle star hollywoodiane, con tutti i preziosismi del caso, ma la freddezza caratteriale faceva di lei una figura ambigua, estranea a qualsiasi luogo. Non a caso i suoi modi impenetrabili ne precedettero i trionfi al punto che il giornalista sportivo statunitense Grantland Rice la soprannominò Little Miss Poker Face, ossia Signorina faccia da poker.

Kitty McKane Godfree, tra l’altro l’unica collega in grado di sconfiggerla a Wimbledon, disse che la riservatezza della Wills Moody era semplicemente dovuta alla sua mancanza di interesse di stringere amicizie nel circuito. Helen a sua discolpa replicò: «Il mio unico pensiero era quello di ributtare la palla al di là della rete. Ero sempre profondamente concentrata sulla partita per avere altre preoccupazioni». Fosse quel che fosse, alla statunitense va il merito della prima rivoluzione per quanto concerne il vestiario affinché le donne si liberassero di gonne alla caviglia e corpetti: lei indossava un abito alla marinara bianca, con gonna a pieghe lunga fino al ginocchio, scarpe bianche e una visiera bianca.

Agli inizi il tennis fu probabilmente una via di fuga dai progetti in lei riposti da papà Clarence, un medico di Berkley. Di certo, il suo fisico atletico, la mentalità vincente nonché i risultati nudi e crudi – i quali non si fecero attendere – la incoraggiarono a fare del nobil gioco il suo mestiere.

Il 16 febbraio del 1926, con già in tasca tre US Open, Helen Wills affrontò la sei volte campionessa di Wimbledon Suzanne Lenglen nella finale di un torneo al Carlton Club di Cannes. L’attesa fu immensa: i prezzi dei biglietti salirono alle stelle, le finestre dei palazzi circostanti erano affollate di persone e all’evento presenziò anche il Re di Svezia. Il nervosismo in campo era palpabile tanto che la divine Lenglen arrivò a bere acqua mista a brandy per calmarsi. Andata in vantaggio 2-1 nel primo set, Helen Wills perse la manche 6-3. Nella ripresa la statunitense ebbe anche un set point sul 5-4 ma, una chiamata dubbia di un giudice di linea, consegnò il punto alla parigina che finì l’imporsi 8-6.

Fu probabilmente l’unica occasione in cui la Wills uscì indignata dal campo e, al termine del match, il signor Lenglen consigliò alla figlia di evitare di incontrare l’americana per il resto della stagione. In verità, le due dive non si incontreranno mai più. Se Helen Wills dovete operarsi d’urgenza di appendice durante il Roland Garros dello stesso anno, al termine del 1926 la Lenglen passò professionista. E adieu.

Tornata negli Stati Uniti, Helen Wills perse due match e, su consiglio del medico, si ritirò dall’US Open. A parte queste due sconfitte, a partire dal 1923 la Wills uscì a testa bassa solo in quattro incontri nell’arco tre anni: una volta per mano della Lenglen, due da Kathleen McKane Godfree, e una da Elizabeth Ryan.

Al che, nel 1927, Helen Wills ha dato inizio a un’incredibile striscia positiva tanto che, fino al 1933 non perse nemmeno un set durante sei edizioni di Wimbledon. Sono gli anni in cui, sempre più vincente e distaccata, diviene per tutti Regina Elena se non addirittura Elena Imperiale.

Epiteti al limite del dovuto. Tra il 1923 ed il 1938 Helen Wills Moody conquistò 19 titoli del Grande Slam consistenti in 8 Wimbledon, 7 US Open e 4 Roland Garros. Alle Olimpiadi di Parigi del 1924 si appese al collo due medaglie d’oro: una nel singolare femminile e una nel doppio in coppia con Hazel Wightman. E a proposito di doppio, l’americana ha stretto in pugno 9 prove del Grande Slam nella specialità femminile e tre nel misto.

Per rendere idea del predominio basti pensare che è stata la n.1 del mondo dal 1922 al 1925, dal 1927 al 1933, ed infine nel 1935 e nel 1938. Quanto alla forza portata in campo va citato come in un match di esibizione disputato a San Francisco il 28 gennaio 1933, la Wills batté Phil Neer, l’ottavo classificato giocatore maschio americano, con il punteggio di 6-3 6-4.

Pare che il prestante Phil non la prese bene. Di certo lui si approssimò alla sfida con una smaccata disinvoltura, ignaro del fatto che nel dizionario di Helen non ci fosse posto per il termine esibizione. Fatto è che con gli uomini Helen ha sempre avuto un rapporto tutt’altro che idilliaco. Sposata due volte, con il primo marito Frederick Moody avrebbe resistito otto anni, mentre con il secondo, Aidan Roark, tempo due stagioni e si rese necessario fissare un appuntamento con l’avvocato.

Eclettica quanto ambiziosa per la Wills il tennis giocato fu un capitolo, per quanto glorioso, di una vita che trovò posto per molte altre soddisfazioni. Scrisse un manuale dal titolo “Tennis”, pubblicò un’autobiografia “Fifteen-Thirty: The Story of a Tennis Player”, e  due anni dopo persino un thriller, “Death Serves an Ace” scritto insieme a Robert Murphy. Non solo, laureatasi all’Università di Berkeley in Belle Arti, dipinse per tutta la vita tenendo mostre dei suoi dipinti e delle sue incisioni in prestigiose gallerie newyorkesi. Immortalata in un murale sulla facciata della borsa di San Francisco da Diego Rivera, il cinema la corteggiò ma lei non cedette, forse perché già appagata dalle parole di Charlie Chaplin quando sentenziò che «non c’è niente di più bello che veder giocare Helen Wills».

Trovato rifugio sulle bianche spiagge dell’esclusiva Carmel-by-the-Sea, fa in tempo ad apprezzare il tennis portato in campo da Chris Evert, a condannare l’atteggiamento di Jimmy Connors, ad entusiasmrsi per Pete Sampras, a ricevere la notizia della morte di Greta Garbo, avvenuta il 15 aprile del 1990, stagione in cui viene sorpassata da Martina Navratilova a quota nove quanto a trionfi in quel Wimbledon, mentre sette anni dopo le verrà detto di un’altra Martina, Hingis questa volta, compiere un’altra impresa, sempre a Wimbledon.

Il primo giorno del 1998 Helen Wills Moody non apre gli occhi, ma con i 10 milioni di dollari di eredità, tutti donati all’università della California per fondare l’Istituto di Neuroscienze Helen Wills, ha ribadito per l’ennesima  volta il desiderio che il suo nome andasse oltre ai legami con le vittorie conseguite nel tennis. Un’intenzione questa, che la Signorina faccia da poker non è mai riuscita a nascondere al mondo.