La persistenza della memoria

«Il giorno in cui decisi di dipingere degli orologi, li dipinsi molli. Ciò avvenne in una sera in cui ero stanco. Avevo l’emicrania, il che mi accade raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e all’ultimo momento decisi di restare a casa. Gala uscì con loro, mentre io mi coricai presto. Avevamo concluso la nostra cena con un camembert eccezionale e, allorché fui solo, rimasi ancora per un momento seduto a tavola pensando ai problemi che mi poneva questo formaggio. Mi alzai e mi recai nel mio studio, per gettare un ultimo sguardo al mio lavoro, come era mia abitudine. Il quadro a cui stavo lavorando raffigurava un paesaggio nei dintorni di Port Lligat, le cui rocce sembravano illuminate dalla luce trasparente del crepuscolo. In primo piano avevo dipinto un ulivo, dei rami tagliati e senza foglie. Questo paesaggio doveva servire di sfondo ad una nuova idea, ma quale? Cercavo un’immagine sorprendente, ma non riuscivo a trovarla. Spensi la luce, e uscii dalla stanza e in quel preciso momento “vidi” letteralmente la soluzione: due orologi molli, uno dei quali pietosamente appeso a un ramo dell’ulivo. Malgrado l’emicrania, preparai la mia tavolozza e mi misi all’opera. Due ore dopo, allorché Gala tornò dal cinema, il quadro era finito…». È con queste parole che tra le pagine di “La mia vita segreta” Salvador Dalì racconta la genesi di una delle sue opere più celebri: “La persistenza della memoria”.

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L’isola dei morti e il viaggio verso l’ignoto

Un isolotto roccioso, simile a un imponente megalite, che racchiude una cupa macchia di cipressi. Un piccolo porticciolo si affaccia sulla piatta distesa di acqua solcata da una piccola barca a remi. Essa è condotta da un personaggio a poppa, mentre a prua vi è una figura eterea, visita interamente di bianco e una bara, anch’essa bianca, ornata di festoni. L’opera del pittore svizzero Arnold Böcklin, L’isola dei morti, suggerisce un’atmosfera grandiosa, definitiva: l’assenza del sole fa sì che al di là delle nuvole possa filtrare una luce tesa ad uniformare l’intero scenario e, tanto la presenza di portali sepolcrali nelle rocce quanto l’oscurità imposta dai cipressi, anticipano l’eterno silenzio che pare attendere le figure umane sulla barchetta. Nel dipinto di Böcklin non traspare paura, bensì un senso di rassegnazione e immobilità, come se la realtà fosse ormai pronta a cedere il passo a un mondo onirico al servizio di ciò che potrebbe essere semplicemente definito l’ultimo viaggio dell’anima. Continue reading “L’isola dei morti e il viaggio verso l’ignoto”

Gli amanti, il bacio della morte di Magritte

René François Ghislain Magritte nasce il 21 novembre del 1898 a a Lessines, una piccola città a Ovest di Bruxelles. Primo nato di tre fratelli, il padre Léopold era un sarto che commerciava in tessuti, mentre la madre, Régina Bertinchamps, era una cappellaia. È il 1912 quando la famiglia si trasferisce a Châtelet, un paese tranquillo attraversato dal fiume Sambre, ritenuto dal capofamiglia il luogo ideale affinché la moglie superi i disturbi mentali che da tempo la affliggevano sfociati in un forte depressione. Leggenda, a onor del vero mai verificata, vuole che nell’autunno dello stesso anno René Magritte fosse in sella alla sua bicicletta quando vide degli uomini intenti nelle operazioni di recupero di un corpo dalle acque melmose del Sambre. Si trattava di una donna, la cui testa era rimasta avvolta nella camicia da notte. Non solo: quel corpo apparteneva alla madre che, fuggita dalla camera in cui viveva ormai segregata, aveva cercato la morte. Una visione che avrebbe ossessionato il giovane Magritte al punto da influenzarlo in tre suoi capolavori: “Storia centrale”, “Le fantasticherie del passeggiatore solitario”, e soprattutto “Gli amanti”.

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Guernica, la mistificazione della morte

La cronaca universalmente propinata descrive Guernica come una cittadina basca di 7.000 abitanti, bucolica e priva di interessi militari che, mentre la Spagna era lacerata della guerra civile, lunedì 26 aprile 1937, giorno di mercato, venne rasa al suolo dall’aviazione nazista provocando 1454 morti, e 889 feriti, per lo più vecchi, donne e bambini in quanto gli uomini erano tutti impegnati a combattere Francisco Franco. Quando fu diffusa la notizia Pablo Picasso era impegnato nella realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi, svoltasi dal 25 maggio al 25 novembre. Sconcertato dall’efferata strage, l’artista avrebbe così deciso di dipingere un quadro che denunciasse l’atrocità del bombardamento riversato su Guernica.

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Shaun Tan e la vera essenza dell’IO

Shaun Tan. L’artista più talentoso. L’illustratore più poliedrico. Il grafico che fa della sperimentazione un dogma, uno stile, un’inclinazione a servizio degli scenari onirici che rendono palpabili le sue visioni costantemente attraversate da metafore rivolte a far emergere la vera essenza dell’essere umano, del suo io più segreto, più profondo eppure al tempo stesso più elevato; in un amalgamarsi tra allegorie e simbolismi, veicoli in grado di far riemergere emozioni dimenticate, debolezze inconfessabili, speranze struggenti, così come intensa e tormentata è la ricerca, la voglia di amore, unico totem dell’esistenza.

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La tragedia di essere Mark Rothko

«La gente che davanti ai miei dipinti piange compie la stessa esperienza religiosa che io compio quando li dipingo». Atmosfere immateriali, contraddistinte da composizioni di colori rettangolari, sfumati in cui prevale l’assenza di un soggetto identificabile. Il mito di Mark Rothko inizia da questo principio per quindi immergersi in un viaggio oltre i confini della vista, quasi i suoi colori potessero avvolgere l’osservatore rivelandogli segreti inconfessabili, emozioni assolute. Un linguaggio astratto solo apparentemente, perché nei dipinti di Rothko c’è il dramma, l’illusione, l’intimità, il miraggio, la consapevolezza, la tragedia della vita.

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Raffaello, il Messia dell’arte

«Qui giace Raffaello, dal quale fin che visse la Natura temette di esser vinta; e quando morì temette di morire insieme a lui». 

Raffaello. L’emblema della completezza artistica capace di fondere natura e grazia nel culto della bellezza ideale, armonica, assoluta. Raffaello. Il talento precoce, raffinato e drammatico, proteso a imporre nuovi limiti alla perfezione, il genio sacrificale, instancabile nel lavoro al punto da dipingere anche nel sonno, anche nei sogni, suoi e dell’umanità. Raffaello. L’uomo divenuto “divinonella morte tanto da spingere i contemporanei a paragonarlo a una reincarnazione di Cristo in quanto come lui era morto di Venerdì Santo.

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Il Cristo morto e la perdita della fede

«Quel quadro! Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede».

“L’idiota” Di Fedor Dostoevskij 

Fedor Dostoevskij soffriva di una malattia un tempo definita piccole male. Più semplicemente, era epilettico. Presumibilmente il romanziere russo ebbe un primo attacco di convulsioni intorno ai diciotto anni, quando gli venne comunicata la morte del padre, il quale fu ucciso dai propri servitori in quanto esasperati dai suoi modi violenti e dispotici. La scomparsa della madre per tisi, l’arresto con l’accusa di sovversivismo, la condanna a morte evitata solo perché graziato pochi minuti prima dell’esecuzione, la deportazione in Siberia furono eventi che contribuirono a peggiorarne lo stato di salute, costellando quegli anni da svariate crisi epilettiche. «A ogni attacco perdo la memoria, la capacità immaginativa, le forze fisiche e spirituali. L’esito è l’indebolimento, la morte o la pazzia»; scriveva nel proprio diario Fedor Dostoevskij di ritorno da un viaggio in Svizzera insieme alla moglie. Era il 1867 e, recatosi a Basilea, in quanto appassionato d’arte si era recato al Kunstmuseum. Fu allora che, giunto in una stanza in cui era esposto un solo dipinto, il “Cristo nel sepolcro” di Hans Holbein, segnato da quella lacerante visione, Fedor Dostoevskij ebbe un attacco epilettico. Non solo, il volume di sofferenza che emanava quel corpo straziato, rimase impresso nella mente del genio di San Pietroburgo al punto da influenzare uno dei suoi più celebri capolavori: “L’idiota”.

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La quinta del sordo, cripta delle pitture nere di Goya

Nella periferia occidentale di Madrid, sulla sommità di un colle a fianco della riva destra del fiume Manzanarre, a circa trecento metri dal ponte di Segovia, vi era un’area destinata per lo più alla coltivazione di alberi da frutto. Fu all’interno di quello spazio desolato in cui nel 1795,  Anselm Montañez decise di costruire una casa padronale, da lì a poco destinata a essere ribattezzata Quinta del Sordo dato che nei paesi iberici con il termine quinta sono identificate le case di campagna, quanto alla parola sordo, era risaputo che il proprietario soffrisse di sordità. Intrecci del destino vollero che tre anni prima, Francisco Goya iniziò a soffrire di una malattia mai propriamente diagnosticata, ma probabilmente dovuta a  un’intossicazione da piombo contenuto contratta dal pittore perché solito inumidire i pennelli con la bocca e di conseguenza esposto a un graduale avvelenamento causato dai pigmenti presenti nei colori. Le conseguenze di quest’infermità furono devastanti: costretto a letto da una brutale paralisi, Goya fu funestato da feroci emicranie, disturbi visivi e vertigini e il suo stato di salute si fece talmente grave che si temette persino per la sua vita. Non solo, nell’arco di di un paio d’anni fu colpito da devastante sordità, dalla quale non sarebbe guarito per il resto della vita.

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Morley, se stai leggendo c’é ancora tempo

«Se stai leggendo questo, c’é ancora tempo». Ed il tempo per Morley è un mescolarsi tra passato, presente e futuro; tra le pieghe di una proiezione intima, sensoriale, prima ancora che legata allo scorrere delle ore, dei giorni, della vita. Morley non combatte il consumismo, non posa la propria attenzione sul razzismo, non sentenzia sulle guerre e il bisogno di pace nel mondo. Per Morley l’essere umano si consuma senza che gli sia imposto di sottostare a diktat sociali, senza piegarsi al sistema, perché la vera guerra è quella che ognuno combatte all’interno della propria anima in una rilettura infinita di ciò che è stato o avrebbe potuto essere, nella speranza di un futuro che forse non sarà, ma per cui è necessario lottare. Per Morley la pace è avere qualcosa per cui lottare, per cui soffrire, per cui essere felice.

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